Ieri primo giorno di primavera, qui a Palermo. Senso di colpa per abbandono dei figli, non riesco ad assaporare la città, acuito da telefonata della maestra del piccolo. Tutto mi sembra meno importante. Vorrei solo sapere il dolore di mio figlio. Poi la lontananza stempera la tensione, e oggi a Monreale in questa piazza scabra sono felice.
Il duomo è un manifesto di teologia. Il Pantokrator è un simbolo di grecità immerso in questo mondo estraneo. Il chiostro uno zen gotico. Le figure giocano con lo spazio, andrebbero studiate una per una, invece sfuggono. Dopo la perfezione teologica dell’interno, il chiostro colpisce per la sua vena popolare, quasi burlesca, ma allo stesso tempo più emotivamente più coinvolgente e viscerale. Gli occhi sgranati, le teste che emergono e divengono un pezzo cyborg unito alle foglie di acanto, bambini impauriti e inferociti dalla pietra che divengono nella figura accanto immagini capovolte e giullaresche. La forma circolare rende il cammino un vortice, una passeggiata escatologica che termina con una fontana, un luogo arabo e incantato. Se si può dire che un cerchio termini, o semplicemente riparta.



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