Archivio per Marzo 2009

Seferis e Montale

Montale è un universo ligure, un paesaggio colto. 

Seferis scrive di un mondo in cui le pietre lamentano la partenza degli dei. 

Hanno però in comune l’appellarsi al tu del lettore, questo dialogare intimo come se conoscessero che il nostro ambiente ha bisogno di essere guidato, descritto e ricomposto dalle loro parole. Sono architetti della nostra visione. 

 

Seferis con la macchina fotografica: esiste un bellissimo libro della Banca nazionale di Grecia che colleziona gli scatti del poeta greco

Seferis con la macchina fotografica: esiste un bellissimo libro della Banca nazionale di Grecia che colleziona gli scatti del poeta greco

 

Eugenio Montale: poeta fumatore senza sensi di colpa

Eugenio Montale: poeta fumatore senza sensi di colpa

La visione per William

Che dio ci scampi dalla povertà della visione, e dal sonno di Newton. 

William Blake

Umberto Dei: l’arte di manutenzione della bicicletta e della narrazione

cover_dei_corniceMichele Marziani è uno scrittore poliedrico, che si è misurato con la prosa del racconto lungo con “La trota ai tempi di Zorro”: una narrazione tersa e senza sbavature, con gli occhi di un ragazzo in quell’età insidiosa di pericolosa mellifluità che è l’adolescenza, alle prese con la pesca della vita. Un testo che ho molto apprezzato, tanto da adottarlo come libro di lettura per due classi dell’Istituto Professionale maschile in cui insegnavo. Fare leggere un romanzo, seppur breve, a quella tipologia di ragazzi è sicuramente sempre un’impresa audace e rischiosa. Eppure funzionò. Ora Marziani torna alla narrazione in prosa con questo “Umberto Dei”.

E’ una narrazione che va a diesel, come avrebbero detto i miei studenti: parte lenta, senza morti e sangue in prima pagina, senza colpi di stilistica arroganza come in tanta nuova letteratura. Un po’ com’era una volta, quando per conquistare Dostoejevskij bisognava superare le prime 50 – 70 pagine. Qui la magia accade prima, la mole non è quella dei romanzieri russi, ma il procedimento è analogo. Marziani lavora sul dettaglio, sull’attenzione agli oggetti e alle cose, sulla precisione e l’esattezza, per dirla con Calvino, non sulla retorica o la fuliggine della parole in aria. Bisogna far prosa, e prosa sia. La storia c’è e ci conquista in questo racconto di un pezzo di vita di un meccanico di biciclette per scelta di vita, ex bocconiano, convertito alla lentezza e al silenzio.

Per chi non ha mai frequentato un certo tipo di umanità e non è curioso di storie, la vicenda del protagonista potrebbe apparire un po’ irreale o per alcuni tratti inverosimile. A me è sembrata invece quasi un’autobiografia immaginata. Nel senso che di verosimile e reale c’è tutto. C’è nella costruzione psicologica dell’aiutante afgano del meccanico, c’è nel pudore del protagonista nel vivere un amore possibile, c’è nella radicalità della scelta di vita che lui ha operato. Quanti di coloro che in quell’Italia che non c’è più, in cui il cambiamento sembrava possibile, si sono poi ritirati in una vita artigiana, dove hanno recuperato il senso di sé nel ricostruire le cose perse o abbandonate?

L’aspetto generazionale anche qui, come nel precedente romanzo, è una filigrana che scorre veloce, che non giudica, che non costringe in categorie. Qui c’è una storia, che avvolge, come avvolgono le parole di chi ha qualcosa da dire, c’è l’urgenza di narrare, sanza farsi fagogitare dal luogo comune e dallo stereotipo. Già, lo stereotipo, il personaggio muto che ogni tanto osserva le vicende narrate e che distrutto, se ne va un po’ malconcio nel finale della storia.

Unico rischio garantito nella lettura: farsi prendere da un desiderio irrefrenabile di avere una bicicletta Umberto Dei

http://www.michelemarziani.org/appuntidiviaggio/articolo.asp?articolo=248


 

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