Archivio per la categoria 'appunti su poesia'

Giovanni Giudici, che andava in Cina a piedi.

Il 24 maggio è morto il poeta Giovanni Giudici. Non l’ho saputo subito, perché si vede che quel giorno ero distratta da cose terrene e passeggere, che ora non ricordo più. L’ho scoperto leggendo il breve ricordo di Maria Giovanna su Ravenna e dintorni. Giovanni l’avevo conosciuto all’Università, dove era venuto a ritirare la sua Laurea, che ottenuta nel ’45 era stata dispersa dal vento del dopoguerra. Avevo convinto anche Martina, l’amica di corso che condivideva l’amore per la poesia. L’incontro è stato indimenticabile, ma ancora di più lo fu quello che non vidi, ma che Martina mi raccontò di quest’uomo così sonoro, pieno di storie e allegro, che viveva nella poesia ma con il sole. Giudici sulla moto enduro di Martina che scende sulle colline di Porto Venere, Giudici che risponde a tutti coloro che gli scrivono con testi poetici con una lettera copiata da Saba, Giudici che sorride e ascolta e si entusiasma. Mi aveva molto divertito questa relazione tra la mia amica poetessa e il curioso Giovanni, che si concluse perché Martina presa dal terrore di dover presentare una raccolta per Einaudi si diede al teatro. Ho continuato a leggere per anni Alla beatrice e soprattutto “Andare in Cina a piedi. Racconto sulla poesia”, un libretto prezioso che Martina mi regalò con una lunga dedica e che dà corpo e carne al mondo poetico. “I poeti hanno bisogno di uno che li ascolti, come Ivan Kuzmič di una bottiglietta di vodka prima di pranzo” citava Puškin parlando del poet’s reader, ma mi sentivo in qualche modo coinvolta per la frequentazione di alcune pagine dei suoi libri ripetutamente nel tempo. E che continuerò a fare, anche se sapere che ora non c’è più lo porterà lontano dal dialogo immaginario di ieri. “Leggo di miei coetanei che muoiono all’improvviso” è il verso finale di Con semplicità, e anche se Giudici non fu coetaneo, era come se lo fosse. Come lo sono i poeti che amiamo.

Periferia 1940 – da “La ragazza di Atene” di Vittorio Sereni

Giovanni Pintori (storico grafico di casa Olivetti), Elio Vittorini, Vittorio Sereni e Giancarlo De Carlo.

La giovinezza è tutta nella luce

d’una città al tramonto

dove straziato ed esule ogni suono

si spicca dal brusio

E tu mia vita salvati se puoi

serba te stessa al futuro

passante e quelle parvenze sui ponti

nel baleno dei fare.

Vittorio Sereni

Aveva appena vinto la cattedra di Italiano e Latino a Modena nel 1940  e l’anno dopo gli nacque la prima figlia. Nel ’42 verrà chiamato alle armi, e ne darà un resoconto poetico nella raccolta Diario d’Algeria, dove rimase prigioniero di guerra per quasi tre anni.

La poesia secondo Nazim Hikmet

“Le nostre poesie

come pietre miliari

devono segnare la strada”

Hikmet (non ricordo in quale poesia)

La pietra perifrastica (di Kikì Dimoula)

Parla

Dì qualcosa, una qualsiasi.

Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio

Scegli una parola almeno,

che possa legarti più forte con l’indefinito.

Dì “ingiustamente” “albero” “nudo”

Dì “vedremo”

«imponderabile»,

«peso».
Esistono così tante parole che sognanno una veloce, libera, vita con la tua voce
Parla
Abbiamo così tanto mare davanti a noi

Dove noi finiamo inizia il mare

Dì qualcosa
Dì «onda», che non sta arretra
Dì «barca», che affonda se troppo la riempi con periodi
Dì «attimo»,
che urla aiuto affogo,
non lo salvare,
Dì,  «non ho sentito»

Parla

Le parole hanno inimicizie,
hanno antagonismi
se una ti imprigiona,
l’altra ti libera.
Tira a sorte una parola dalla notte.
La notte intera a sorte
Non dire «intera»,
Dì «minima»,
che ti permette di fuggire.
Minima
sensazione,
tristezza
intera
di mia proprietà
Intera notte

Parla
Dì «astro», che si spegne

Non diminuisce il silenzio con una parola…

Dì «pietra»,
che è parola irriducibile
Così, almeno
che io possa mettere un titolo

a questa passeggiata lungomare.

http://www.youtube.com/watch?v=MLZYa5l2z0I&feature=related

L’autopsia, poesia di Odisseo Elitis in “Sei più un rimorso per il cielo”

L’autopsia

Dunque, si trovò l’oro della radice dell’ulivo gocciolante nelle foglie del suo cuore.

 

E per tutte le insonnie , accanto al candelabro,

sognando le aurore, un bruciore strano

gli aveva preso alle visceri.

 

Poco sotto la pelle, la linea cianotica dell’orizzonte

intensamente colorata. E infinite orme di glauco

nel sangue.

Le voci degli uccelli, che aveva memorizzato nelle

lunghe ore di solitudine, sembravano riversate tutte insieme

tanto che il coltello non riuscì a procedere

a grande profondità.

 

Probabilmente l’intenzione bastò per il Male,

 

Che lo ravvisò – è chiaro – nella paurosa posa

dell’innocente. I suoi occhi aperti, orgogliosi,

e tutto il bosco ancora inquieto sull’immacolata rete.

Niente nel cervello, eccetto un’eco di cielo distrutta.

 

E solo nella cavità dell’orecchio sinistro, poca,

sottile, impalpabile sabbia, come nelle conchiglie.

Cosa che significava che spesso aveva camminato

accanto al mare, assolutamente solo, con lo sfiorire dell’amore e

il vocio del vento.

 

Per quanto riguarda queste pagliuzze di fuoco sul pube, mostrano che

davvero andava di molte ore avanti,

ogni volta che incrociava una donna.

 

Avremo frutti precoci quest’anno.

 

(Traduzione di Elettra Stamboulis sull’edizione del 1979 della Ikaros edizioni di Atene)

Seferis e Montale

Montale è un universo ligure, un paesaggio colto. 

Seferis scrive di un mondo in cui le pietre lamentano la partenza degli dei. 

Hanno però in comune l’appellarsi al tu del lettore, questo dialogare intimo come se conoscessero che il nostro ambiente ha bisogno di essere guidato, descritto e ricomposto dalle loro parole. Sono architetti della nostra visione. 

 

Seferis con la macchina fotografica: esiste un bellissimo libro della Banca nazionale di Grecia che colleziona gli scatti del poeta greco

Seferis con la macchina fotografica: esiste un bellissimo libro della Banca nazionale di Grecia che colleziona gli scatti del poeta greco

 

Eugenio Montale: poeta fumatore senza sensi di colpa

Eugenio Montale: poeta fumatore senza sensi di colpa


 

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