Archivio per la categoria 'Grecia dicembre 2008'

Dopo 55 anni, Zahariadis viene reintegrato nel partito comunista greco.

Storia quasi surreale di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Il segretario del KKE dal 1931 al 1956 Nikos Zachariadis era stato espulso dal partito nel 1956 e diventato da capo indiscusso a pecora nera da cui fuggire lontano: figura carismatica, guidò il partito greco nel periodo successivo alla fine della 2a Guerra Mondiale nel periodo doloroso e ancora irrisolto della Guerra civile e terminò la propria vita suicida in Siberia, dove era stato confinato, il 1 agosto del 1973. La notizia del suicidio fu tenuta segreta dal PCUS e fu resa nota solo dopo la caduta dell’URSS. Nel 1991 le sue spoglie furono trasferite ad Atene al 1° cimitero, dove sono sepolti anche Panagoulis, Melina Mercouri e molti altri personaggi importanti della Grecia contemporanea.

Il testo votato dall’assemblea del KKE è tuttora segreto e ne è stata data solo la sintesi alla stampa: si rimane stupiti tuttavia dell’anacronismo e al contempo della fiera fede di questo nutrito gruppo di compagni ellenici che trovano il tempo e l’urgenza di discutere, confrontarsi, votare e scontrarsi sulla propria storia. Difatti, anche se il documento secondo la logica ferrea del partito nostalgico greco impegna tutti gli iscritti, ha avuto il 10 – 15% di schede bianche e le modalità di discussione sono state impervie e complicate. Segno che le ferite sono ancora aperte, e anche se Paraskevas, il membro del comitato centrale ha concluso con queste parole il suo breve discorso sulla tomba di Zachariadis: «Onoriamo la memoria, l’azione e l’opera del fiero leader comunista, segretario generale del Comitato centrale del KKE. Continuiamo la lotta, traendo conclusioni dall’esperienza del movimento e dalla lotta eroica del KKE per nove decenni, per diventare più capaci nella lotta per il socialismo” , viene da chiedersi se effettivamente questo partito ancora ligio alle logiche del partito vetero stalinista abbia veramente guardato in faccia il Giano bifronte dell’esperienza del socialismo reale. Un’esperienza che ricorda per molti versi quella di Crono che mangia i propri figli.

Cosa succede in Grecia. Morto nel Ministero di difesa del cittadino ad Atene

Aveva 49 anni Ghiorgos Vassilakis, collaboratore del Ministro Chrisochoidis, al quale probabilmente era indirizzato l’ordigno che è esploso al 7° piano dell’edificio ministeriale ad Atene. L’omicidio dimostra la fragilità del sistema securitario che imperversa in queste città: difatti l’esplosione è avvenuta in una delle zone più coperte dai sistemi di sicurezza, esattamente accanto all’ufficio del ministro e nell’edificio in cui sono presenti uffici di cruciale importanza, come l’archivio della Polizia greca e l’Agenzia Nazionale dell’Informazione. Il Ministro era ancora presente in ufficio al momento dell’esplosione.

Oltre a dimostrare come la situazione in territorio ellenico sia assai fragile e complessa, l’ennesimo attentato per le caratteristiche e il risultato drammatico, dimostra che la politica securitaria, oltre ad essere oltremodo costosa, è di fatto inutile. L’attentato non è stato rivendicato.

Il Ministro Chrisochoidis era già stato oggetto di attentati il 17 febbraio 2010, quando fu ritrovato da un condomino davanti all’ingresso del centro elettorale del ministro un oggetto sospetto. La Polizia allora intervenne per tempo, disinnescando la bomba, per la quale non era però stato inviato nessun preavviso. L’attentato fu rivendicato allora da “Volontà Popolare” con una dichiarazione sul settimanale satirico “Pontiki”. La dichiarazione aveva toni anche personali e dal sapore politico di dubbia collocazione.

La fattura della bomba sembra essere simile a quella che uccise poco tempo fa nel quartiere di Patisia un quindicenne afgano.

Cosa succede in Grecia: Erdogan ad Atene e bombe nella capitale e a Salonicco

Grande risalto viene dato dalla stampa greca e turca (ma ovviamente anche internazionale) a questo incontro che avviene pochi giorni dopo l’imponente manifestazione di protesta contro le misure governative, terminata tragicamente con la morte di tre impiegati di banca. Entrambi i leader sottolineano l’importanza del disarmo: “Meglio spendere in modo più proficui i soldi che usiamo per armarci”, dice il premier turco a Hurryet, ” mentre Zaman titola “è tempo di investire in pace e non in guerra” una lunga intervista esclusiva al premier greco Papandreou. Certo, lacrime di coccodrillo visto che è di poco meno di un mese fa l’acquisto di materiale bellico per svariati miliardi da parte dello stato ellenico, ma sembra che la cura sollecitata da Cohn Bendit all’europarlamento abbia trovato ascolto anche nei furbi premier della vicina Anatolia.

Parlare con questi toni di disinvestimento  sul piano militare in questi paesi non è affatto banale: la cultura diffusa, condivisa e popolare, anche a sinistra, è fortemente militarista e nazionalista, cresciuta con il servizio militare obbligatorio, la presenza sui confini e la costruzione di una identità nazionale che si crea per esclusione e alterità rispetto al vicino. Elaborazione del lutto parziale della disfatta micrasiatica del ’22 da parte greca: una commossa storiografia, alimentata da canzoni, racconti, romanzi, film, che puntano il dito sulla fine di un mondo dorato con l’avanzata di Attaturk, lo scambio dolorosissimo delle popolazioni che portò in una giovanissimi e poverissima Grecia un milione di profughi dall’ex impero ottomano. Non diversa la costruzione turca, vista però dall’altra parte: Attaturk il grande padre fondatore del primo stato laico a tradizione islamica avanza nel deserto riunendo i pastori dell’Anatolia e riportando unità e possibilità di sopravvivenza ad un popolo che era stato impero e che ora si ritrova confinato in un territorio limitato e in un mondo notevolmente cambiato.

Mentre i due leader si stringono le mani, in un’Atene blindata e in cui le polemiche sulla visita si sono sprecate, suonano bombe anonime. Ancora non si conosce la firma delle due esplosioni annunciate ad Atene a Korydallos, un carcere famoso per varie rivolte di detenuti, inserito in un quartiere popolare e popoloso, che sfida ogni ipotesi di capienza, e al tribunale di Salonicco. E’ presto per dire di chi siano questi ordigni: certo è che fanno sicuramente bene a chi vuole che prevalga la paura.

Cosa succede in Grecia: similitudini di un Paese cavia.

Amici e alcuni giornalisti mi interrogano in questi giorni, per cercare di capire aldilà delle misure anti recessione, del pettegolezzo politico e delle borse che calano perché “i greci si incazzano e gli italiani no”: non credo però che nessun giornalista o curioso troverà risposte intervistando semplicemente i passanti o i rappresentanti politici. Le ragioni stanno nel passato e nel dna culturale identitario.

La Grecia già nel 1946 fu teatro di una prova generale della nuova Europa: “che succede se i comunisti non consegnano le armi?”. In quel caso furono gli inglesi ad accendere la miccia e a provocare la guerra civile più sanguinosa in Europa del ’900 insieme alla Ex Yugoslavia. I paesi del blocco sovietico già sapevano che non sarebbero intervenuti e che era negli accordi presi che la Grecia sarebbe stata nel patto atlantico. L’Italia con le parole di Togliatti “non faremo come la Grecia” se ne chiamò prudentemente fuori ed ebbe un’altra storia, mentre la Grecia ottenne il primo governo pienamente democratico nel 1974, oltre ad avere segnato l’appartenenza e la memoria del dolore per almeno di tre generazioni.

Poi nel 1967 nuovamente l’eccezione: la dittatura della giunta militare dei colonnelli risultò anch’essa inspiegabile. Ancora oggi chi ricorda quegli anni dice “non capimmo come fosse possibile una cosa del genere in Grecia”. Bene, da alcuni anni, si sa con certezza che la giunta militare non fu altro che l’applicazione del piano Gladio per “difendere il paese dai comunisti”, piano che notoriamente era presente in fieri anche in Italia.

Poi ci sono gli elementi culturali, quelli che definiscono l’identità di un popolo: per i greci, a prescindere dall’appartenenza politica, prevale il concetto di “palikari”, che deve sfidare la realtà senza mai abbassare la testa, offrendo il petto al nemico. Durante la guerra civile molti atti sono stati caratterizzati da questa concezione culturale, che serviva per creare la solidarietà nella gente e anche stima indiretta nella controparte. Non bisogna abbassare la testa, quindi, si deve lottare anche se di fronte ci sono mulini a vento, per dimostrare di essere palikaria.

Questo mix di antropologia e politica internazionale ha creato il quadro di oggi,  le reazioni sono sempre le stesse, le ragioni le scopriremo forse quando si riapriranno gli archivi top secret. E non ho paura di essere accusata di “complottismo”, perché tutti sanno che anche altri paesi si trovano nelle stesse condizioni e che buona parte del naufragio odierno è da imputare alla finanza “malata”. Mi viene però naturalmente da pensare che troppe similitudini siano presenti per un paese cavia. E che per rispondere alla domanda che molti si fanno, bisogna andare  a rivangare il passato.

Cosa succede in Grecia: sciopero generale 5 maggio

Non si hanno notizie giornalistiche sullo sciopero…perchè anche i giornalisti hanno aderito.

La loro dichiarazione”Di fronte a sviluppi che portano a uno scenario lavorativo medievale, grazie all’annullamento dei fondamentali diritti, lo scardinamento delle conquiste previdenziali, l’introduzione di forme flessibili del lavoro (nota mia: vi ricordate l’Italia? Ma nessuno si è scomposto) e l’abbattimento della qualità della vita i giornalisti hanno deciso di continuare e alzare il tiro delle mobilitazioni insieme ai lavoratori di tutto il Paese”

Lo sciopero è di 24 ore.

In Italia in genere si fa un articolo di fondo moderatamente critico ed eventualmente una serie di domande…

Cosa succede in Grecia: la polizia si guarda intorno…

«I gruppi antagonisti negli ultimi mesi avevano un’attività molto limitata. Dopo l’uccisione di Alexis Grigoropoulos ci sono validi motivi di timore di  maggiore presenza e di un aumento dei loro attacchi. E ovviamente la colpa è la nostra. Questa è la valutazione degli ufficiali della Polizia Greca che in questi giorni analizzano gli elementi e i dati in loro possesso a seguito delle rivolte nel Paese. In una relazione riservata consegnata al’inizio dell’anno si faceva menzione di 64 mobilitazione dell’area antagonista nell’anno 2007 a fronte delle 290 del 2006. Nel 2008 i dati erano ancora inferiori. Fino allo scorso sabato. Da quel momento, come osserva lo stesso ufficiale greco, «la Polizia greca si è data la zappa sui piedi da sola, aprendo non la strada, ma un bel viale per lo sviluppo delle attività dei passamontagna ».

Anche il profilo sociale degli appartenenti al popolo dei passamontagne a volte costituisce un problema per la polizia, che ovviamente conosce per nome e cognome quasi tutti (almeno così dichiara…). Si dichiara nella medesima relazione che ai gruppi antagonisti partecipano «figli di famiglie facoltose, figli di giudici, ufficiali dello stato, politici e di altri personaggi pubblici ». I tentativi di individuare la provenienza dei siti Inteernet non ha portato a molto, visto che «la maggior parte degli inviti a partecipare a manifestazioni non programmate avviene via sms ».

Il controllo della zona di Exarchia mediante i poliziotti “in borghese” è anch’esso sostanzialmente fallito, visto che i 50 uomini dedicati sono ormai ampiamente riconosciuti dal giro. È stato chiesto da tempo il loro rinnovo, ma senza risultati… (Traduzione e adattamento da To Vima, 14 dicembre 2008)

Cosa succede in Grecia. Dekemvrianà 2008

Dare il titolo “Dekemvrianà 2008″ (fatti di dicembre) riporta alla memoria il famoso dicembre i cui episodi hanno preso nella storiografia ellenica il nome di Dekemvrianà. 

Dicembre 1944, l’Europa brucia. Gli Alleati si trovano sul fil di lama, ma ormai alla fine dell’anno il quadro risulta sempre più chiaro. Come dichiarò uno dei leader della sinistra comunista combattente dell’epoca e successivamente segretario del KKE dell’Interno, Leonidas Kirkos “Dicembre fu la grande trappola nella quale ci impigliammo con entusiasmo e per molti anni fu menzionato come il Grande Dicembre. Fu la prima grande sconfitta dell’EAM, dell’ELAS, della sinistra in generale… Che cosa volevamo esattamente? buttare gli inglesi in mare? Era sicuramente una speranza, e poi? Ci buttammo nel conflitto con gli inglesi senza pensare alle condizioni nelle quali il conflitto si svolgeva…” (in S. Kouloglou, Martiries ghia ton enfilio ke tin elliniki aristera (Testimonianze sulla Guerra Civile e la sinistra greca), Atene 2005). Era il 3 dicembre 1944 quando cominciarono le barricate, dopo che si aprì il fuoco sui dimostranti comunisti, ed è per molti la data di avvio della devastante Guerra Civile greca. (continua)

Tutti si chiedono cosa succede in Grecia: Dekemvrianà 2008

La Grecia è vero, è un piccolo Paese. Dieci milioni di abitanti, concentrati prevalentemente ad Atene e Salonicco. Un luogo edulcorato dal bianco delle Cicladi e dalla finzione culinaria del moussakà. Qualcuno forse ricorderà quel piccolo neo della dittatura dei colonnelli, ma non esiste nella mappa delle analisi e dei riferimenti politici, storici e sociali dell’Europa e dell’Italia in particolare. Provate a guardare un manuale di storia contemporanea e capirete di cosa sto parlando. Semplicemente il silenzio. Così, alcune peculiarità sono cancellate da una pretesa globalizzazione rivoltosa (vedi chi scrive che “faremo come la Grecia”) oppure da un voyerismo giornalistico che si sofferma unicamente sul numero di auto bruciate e non su quali premesse e cosa sta accadendo in questo cuscinetto dell’Europa unita. Non dobbiamo dimenticarci che di questo si tratta: uno Stato che formalmente non ha accordi sul riconoscimento dei confini con nessuno degli Stati confinanti: peraltro nessuno degli stati confinanti fa parte dell’Europa politica. Isolato sul fondo dei Balcani vive una doppia identità contraddittoria  e schizofrenica. Da un lato è un Paese fortemente globalizzato nei consumi e nella proiezione dell’immaginario: si beve solo Nescafè, si guidano BMW, si consumano tonnellate di merci firmate, le donne sono diventate tutte bionde… Dall’altro un lato del cuore pulsa ancora a ritmi diversi: si festeggia con musica greca, si rivendita un’identità balcanica (nell’ultima guerra dell’Ex Yugoslavia la Grecia ebbe una posizione diversa dagli altri paesi Nato), ricorre spesso questo luogo proiettivo della Megale Hellas (Grande Grecia), quando si stava ancora seduti sulle sponde dell’Asia Minore a sorseggiare caffè scuro e cantare rembetika. Molti cosiddetti “anarchici” hanno anche questa doppia identità musical/culturale: vestono guerrilla market, ma ascoltano indifferentemente musica globale e rembetika. 

Sicuramente il luogo più pericoloso della Grecia è però la televisione… 

(continua …) 

 

Polizia schierata a Piazza Syntagma

Polizia schierata a Piazza Syntagma


 

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