Museo Nazionale – Beirut

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dicembre 22, 2009 di elettrastamboulis


I bambini di Echmoun (V secolo a.c.) mi aspettano nel loro infantile biancore. Tengono ciascuno qualcosa in mano. Un piccola tartaruga, un pomo, un uccellino. Lo sguardo ricorda ancora la fissità orientale, ma è già premonitore del sentimentalismo alessandrino. Quello splendido miracolo che ha cambiato il nostro modo di rappresentare e guardare, forse il lascito più prezioso della classicità antica.

Echmoun era un dio nato dalla fuga: per scappare da Astarte perdutamente innamorata di lui, si mutilò e morì. E’ un dio a cui manca un pezzo, ma che viene riportato in vita per amore. Un Adone fenicio dicono, ma anche probabilmente è Adone che si è riconvertito greco. Comunque non ha molto senso nella creazione mitologica farsi domande sulla primogenitura, piuttosto chiedersi a quali bisogni rispondono questi racconti sacri. Il luogo da cui provengono queste poetiche statue votive è Sidone, dove scavò anche Osman Hamdi.

Chissà se furono esauriti i genitori che fecero questi voti. I bambini di Echmoun tradiscono un luogo comune sull’antichità: non è vero che non c’era amore per l’infanzia. Ricordarselo quando dicono stupidaggini sul tema.

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