Degli appuntamenti non rispettati e delle decisioni non prese

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dicembre 1, 2011 di elettrastamboulis


Esiste un’identità culturale europea? E come può la polverosa e paludosa provincia candidarsi a capitale della cultura del vecchissimo continente? Forse bisognerebbe prima di tutto correggere il linguaggio e parlare di capitale europea delle culture: plurime, differenti, conviventi. Già si eviterebbero fraintendimenti. Ma non possiamo correggere il lessico obsoleto dell’UE, solo segnalare questa opportunità.
Italia paese dei mille campanili e delle cento città: è nella provincia che si annida l’humus (ma anche la fanghiglia…) della cultura italiana. Non a caso i festival più importanti si svolgono perlopiù non nelle città metropolitane, ma nelle città storiche: pensiamo a Spoleto, madre di tutti i festival, festival letteratura di Mantova, Lucca comics, Santarcangelo, e sono i primi che mi vengono in mente. Il primo interrogativo con cui la nostra città dovrebbe saldare i conti dovrebbe essere proprio la “provincialità”, che non è una malattia, ma un fattore invisibile che agisce sotto traccia. E in questa provincialità, che a volte purtroppo si tramuta in provincialismo, abita anche l’identità sostanzialmente agricola del nostro territorio, bracciantile e contadino, del lavoro delle mani nell’acqua, che ha scandito per secoli la cultura orale e popolare di queste terre. I braccianti non solo dedicarono tempo a pensare il cambiamento del mondo, ma anche a produrre e favorire la cultura, costruendo teatri che sono stati elementi di emancipazione e di socialità importanti. Vedo anche nella presenza ormai raggelata o anch’essa sommersa delle case del Popolo, verdi e rosse, un nucleo identitario culturale che non può essere tralasciato, senza il quale la nostra città che è fatta appunto di urbe e forese, non può presentarsi dicendo “Questa sono io”.
La provincia rischia per struttura del proprio Dna di diventare provinciale e gretta, gelosa dei propri segreti, immusonita e restia al cambiamento. Uno dei cambiamenti che sicuramente ancora non si sono visti, e che riguardano le sfide del millennio, è l’ingresso delle donne con pari dignità nell’ambito decisionale, politico e produttivo, rappresentativo in genere. I dati, ma anche la percezione fisica che si prova quando la città esprime il proprio simbolico, sono da ritardo storico. Eppure le donne ci sono state nei momenti di svolta, hanno contribuito con il proprio lavoro e la propria intelligenza in modo peculiare alla crescita di questo territorio, e sono peraltro tra le principali fruitrici degli eventi culturali, dei prestiti e acquisti librari, per non dire delle operatrici e tecniche nell’ambito della produzione della cultura, in cui la prevalenza di genere è schiacciante, ma schiacciante è anche la differenza di valutazione e di opportunità che alle donne viene offerta.
Ecco dunque un’occasione culturale, di orizzonte, per riguadagnare terreno, guardandosi con franchezza allo specchio per togliersi gli occhiali dello strabismo sessista e notare il grandioso muro di vetro che impedisce questo cambiamento. Un muro trasparente, che agisce appunto senza che ci sia consapevolezza.
Ritorno alla provincia: perché è dai territori di confine che all’improvviso provengono le innovazioni o semplicemente le sintesi. È forse nella nostra possibilità di agire locale che risiede la possibilità di vedere gli orizzonti: e così sono nate esperienze che non solo hanno mostrato, ma soprattutto hanno prodotto cultura negli ultimi vent’anni. Non credo ci sia bisogno di fare i nomi, perché la definizione stessa fa intuire di cosa parlo: questi originali scrutatori del contemporaneo, che con gli occhiali della periferia, hanno sezionato, interrogato e accolto il mondo, dovranno essere interrogati anche sul proprio cambiamento. Ma soprattutto dovrà essere la città e i suoi cittadini ad interrogarsi su alcune ambiguità: il motivo per cui l’assenza del contemporaneo, malgrado ripeto il lavoro in sordina e di tessitura che molti di noi fanno, è così evidente in questa città, che non ha gallerie d’arte vere e proprie, che appunto sull’immaginario contemporaneo ha un atteggiamento discontinuo e che vede come unico attore forte e radicato il polo del teatro, che non solo divulga ma anche appunto produce. Il dialogo con la contemporaneità è sicuramente la sfida più pressante nell’imminenza della candidatura. È in questa tensione dialettica tra sussulti di cambiamento e curiosità temporanee e pesanti lacci con la conservazione uno dei nodi che contraddistinguono nella mia esperienza l’agire culturale della città.
Soprattutto la molla della curiosità, lo stupore che muove le sinapsi e ci impone la verifica continua del nostro stare in questo tempo, sono spesso assenti negli stakeholders così come nei attori istituzionali che la cultura sorreggono e rendono possibile. È molto in voga in questa fase il leitmotiv dei costi della politica: mettiamoci dentro anche i costi della ripetizione sorda di una cultura col sapore un po’ di muffa…
I sogni sono portati per loro natura a tacere alcune cose: ed è chiaro che senza questa parte segreta non sarebbero sogni. Nella costruzione di questo orizzonte della candidatura ho percepito la necessità della sua struttura onirica, del suo essere ed essere percepita come sogno: quando ad esempio per qualsiasi questione (dalla costruzione di un marciapiede alla recita di una poesia a memoria) questa candidatura viene sempre portata ad esempio: “Ah, e vogliamo essere candidati a capitale europea della cultura?”… Nell’incredulità di questo refrain c’è l’aspetto negativo del sogno (non ci credo), ma il sogno è la sostanza costitutiva della costruzione di futuro. Spero che la parte taciuta e rimossa possa servire come polvere per costruire una dialettica che ovviamente sempre rimarrà impari tra vecchio e nuovo, ma che possa essere appunto dialogo, confronto positivo, e non silenzio tra sconosciuti. Se, per dirla con Benjamin, “le linee del volto sono i segni di appuntamenti non rispettati, di decisioni non prese”, anche il volto di una città può essere racchiuso dall’assenza e dal ritardo. Basta saperla guardare in faccia.

Intervento pubblicato dal settimanale “Ravenna e dintorni” del 6-10-2011

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