Archivio per Novembre 2008

Belgrado, luglio 2008

Belgrado è polvere e ceneri di sguardi. Mi guardo attorno per cercare di capire che cosa ha affascinato gli amici che la amano più di Parigi. Mi sfugge. Non che sia brutta. Ma è come se avesse voltato per sempre le spalle alla memoria. O alla rimembranza, come direbbe Benjamin. 

Andiamo a vedere l’unica moschea esistente ancora in città nel Dorcol. Nel 2004 è stata semidistrutta, ora l’hanno restaurata. Potrebbe essere la moschea di qualsiasi sobborgo turco. Non abbiamo desiderio di entrarci. 

Nella Scandarska ci sono tavolini, gente, chiacchiere. Alberi che spargono i rami per ascoltare le discussioni. C’è sempre qualcosa che mi sfugge. Anche lo sguardo delle persone ha qualcosa per me di intraducibile. Forse è lo sguardo della sconfitta o dell’asfissia di un Paese che ogni due anni diventa sempre più stretto. Ora ha perso il mare e guarda con ansia le sponde del Danubio. L’asfissia dei confini deve in qualche modo colpire tutti, anche coloro che mai hanno creduto nella Grande Serbia. E’ semplicemente che prima abitavi in una villa e ora sei in un monolocale. Per fare il bagno devi chiedere il permesso al vicino di casa. 

File di fronte all’ambasciata francese, file davanti all’ambasciata austriaca, file davanti al consolato sloveno. Deserto davanti all’ambasciata macedone. La bandiera davanti all’ambasciata deserta somiglia a quella giapponese, non l’avevo mai vista. 

Vuk ormai anziano

Per caso ci imbattiamo nel museo di Vuk e Dositej. E’ ospitato in una rara casa ottomana. Sono i fondatori della lingua serba. Vuk era allievo di Dositej, viaggiatore, amante delle lingue, borghese. Ha dimostrato che la lingua serba poteva diventare letteratura. Il suo allievo Vuk (volpe!) era figlio di contadini ed analfabeta. La storia della sua nominazione è singolare: lo chiamarono Vuk, cioè volpe, perchè tutti i bimbi nati prima di lui morivano da piccoli. Così i genitori scelsero questo nome perché il diavolo teme questo animale nella tradizione folclorica. L’uomo volpe crebbe, riuscì a studiare, arrivò fino all’università di Vienna, raccolse i poemi, le canzoni e le favole tradizionali del proprio paese. Ebbe rapporti con Goethe e Jacob Grimm. Ma era anche un uomo molto realista, non dimenticava la dura terra da cui proveniva, in cui il diavolo si prendeva i bambini con tanta facilità. Non fu per niente tenere con il suo popolo, malgrado raccogliesse con tanta dedizione le loro parole, ne descrisse più i vizi che le virtù. Mise a punto l’alfabeto serbo, “il più semplice del mondo” perché per ogni suono c’è una lettera. Ma il diavolo non si dimenticò di lui. Ebbe circa dieci figli, ma ne sopravvisse solo una, Mina. 

Un appunto visivo disegnato da Gianluca in Channeldraw

http://www.channeldraw.com/cc_images/cache_693211310.jpg?t=1217577830

Antonio Machado, nella sua tasca il giorno della morte

ultima foto di Antonio MachadoQuesti giorni azzurri e questo sole dell’infanzia

Questi sono gli ultimi versi trovati in tasca ad Antonio Machado il giorno della morte, 22 febbraio 1939

Fu tra gli ultimi ad abbandonare Barcellona alla fine della Guerra Civile Spagnola.

Chiunque vinca le guerre, a perderle sono sempre i poeti, ma Josè Antonio Primo de Rivera disse “A far muovere i popoli non sono altro che i poeti”. 

In fondo che cosa mosse mio padre nei suoi anni di militanza? Le frasi di Kavafis scritte sopra i muri, i pugni sul tavolo del suo dirigente, le gite fuori porta con le ragazze del partito. Il poeta, il leader, le donne.

Thomas Bernhard su descrizione e realtà

“Noi descriviamo un oggetto e crediamo di averlo descritto in modo conforme alla verità e in modo fedele alla verità e siamo costretti a constatare che la nostra descrizione non coincide con la verità (…). Alla fine quello che conta è soltanto il contenuto di verità della menzogna” da La cantina.

Thomas Bernhard

La citazione l’ho trascritta da un numero di Pulp che dedicava un ampio articolo sull’intellettuale austriaco. Egli si poneva il problema della scrittura militante, del suo rapporto con la verità, così come nel collettivo di inguine e anche in Mirada uno dei temi di ricerca è il “visualmente militante”. Cercare di non arrendersi alla menzogna.

Qui un’intervista a Bernhard con bellissime foto

http://www.signandsight.com/features/1090.html

Monastero di Mafra Portogallo 2006

In realtà era un palazzo reale, costruito da Don Joao V per un voto: voleva una discendenza con Dona Marianna d’Austria. L’aspetto fondamentale è dato dalle dimensioni. Tutto è eccessivo, ma in realtà nulla è bello. Un esercizio di potere, volto a dominare la materia,a dare un senso all’oro brasiliano, ma che non denota una volontà di comunicazione o estetica. Gli interni sono quasi austeri, i quadri banali. Di fatto i reali non vennero quasi mai, se non per puntate di caccia (terribile la sala dei trofei, con le sedie realizzate con le corna di cervo) Interessante il pingue re Juan I, che fuggì in Brasile per poi ritornare. 

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Vale la pena visitare il convento per la biblioteca, anche se rimaniamo così, un po’ sulla soglia. Oltre ad essere un luogo che sembra uscire da un racconto di magia, l’aspetto più magico è il metodo di conservazione che hanno scelto di adottare. Difatti, malgrado ci siano libri di altissimo valore, le finestre sono aperte, non c’è atmosfera modificata… Di notte liberano un particolare tipo di pippistrello che si nutre degli insetti e microrganismi che attaccano le pagine…

 

Dormiamo a S. Martinho do Porto alla Pensione Atlante.

Sintra Portogallo 2006

Il palatio Real è una di quelle cose che tutti i pullman in arrivo in questa alcova nascosta non si perdono. Soffitti con disegni di galere, cervi, grandezza reale che viene spiegata con mal celata nostalgia. 

Più affascinante la residenza Quinta da Regaleira. Concepita da Luigi Manini, scenografo originario di Crema, che aveva lavorato anche alla Scala per poi trasferirsi a Lisbona, dove tutti rimasero attoniti per il suo uso del colore. Tutto il parco intorno alla villa è pieno di simboli e rimandi. Il pozzo dell’iniziazione è sicuramente un’esperienza che piacerebbe ad Alan Moore. 

Vicino a Sintra c’è Cabo da Roca, considerato dai portoghesi il punto più occidentale del continente. Il cielo è grigio e non permette di individuare la linea dell’orizzonte. Soffia vento forte dall’Oceano.

 

Cabo da Roca effetto vento

Cabo da Roca effetto vento

 

 

Dormiamo ad Ericeira. Malgrado l’apparente decomposizione urbana, al suo interno conserva un colore tutto suo e un’atmosfera sonnolenta. Alle 10 di sera sono tutti a letto, non si vede anima viva per strada. Le imposte sono serrate. Mangiamo al Ti Matilde e dormiamo all’Hospadaria Gourer. Una cameretta rubata alla Francia degli anni ‘30. 

La mattina la cittadina cambia. Compaiono da non so dove persone, turisti, operai. Montano un palco nella Placa do Repubblica sotto gli alberi. Qualcosa succederà. Mi sento già un po’ a casa- G. dice che potremmo stare qui fino al giorno della partenza. Ma la voglia di vedere è troppa.

Monastero Hieronymus Belem

2340651719_b6b07e34df9 luglio 2006

CONDITUR HOC TUMULO SI VERA EST FAMA SEBASTUS QUEM TULIT IN LIBICI MORS PROPERATA PLAGIS. NEC DICAS FALLI REGEM QUI VIVERE CREDIT PRO LEGE EXTINCTO MORS QUASI VITA FUIT

Il monastero si presenta a noi alla fine della messa, con una folla che si alza e scambia saluti e l’organo artificialmente amplificato che si spande nella navata. Qui giacciono Camoes e Vasco De Gama. Il poeta si ispirò allo scopritore, ma è del poeta il verso che adorna la tomba dell’avventuriero. C’è un duplice legame, quindi perfetto, e simbolizzato nel luogo di sepoltura. L’uno senza l’altro non sarebbe esistito. Senza gli uomini come Vasco de Gama non ci sarebbe stata epopea. Questo tipo di poesia che abbraccia il mondo necessita di uomini che il mondo lo conquistino. In questi momenti nascono i Camoes, i Virgilio, gli Ariosto. Questa chiesa ti sovrasta. Entrando un peso di pietra del potere ecclesiale. La musica dell’organo acuisce questa sensazione, facendomi sentire immersa nella navicella spaziale di 2001 odissea nello spazio. 

A Belem ci sono le migliori pasticcerie.

Vediamo lavori contemporanei al museo che preclude la vista del monastero giungendo dall’America. E’ stato progettato da un italiano. 

Juan Munoz è sempre conciso, efficace, emotivo. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Sono due figure, una spinge l’altra nello specchio. 

Juliao Sarmento sembra Paperresistance ma è del 1948. Portoghese.

Gianluca progetta un’opera del suo immaginario artista Guglielmo Nero: concerto per ascelle. Starring Nikita  Lob. Download a pagamento. L’arte contemporanea lo aizza.

Salomè di Cranach/ Lisbona

5 luglio, 2006 Lisbona

Salomè ha la stola di pelliccia ed anche il cappello. La foggia della veste con una sorta di reggibusto a righe, denota un’appartenenza non solo al tempo del pittore (cosa peraltro comune), ma al luogo di provenienza dello stesso. Sembra un’opera misogina. La faccia del Battista, portata su un piatto da cui emerge il rosso del taglio e l’interno che ne fuoriesce, è come protesa nel piacere. Quasi l’avesse tranciato nel pieno dell’amplesso. In fondo anche lo sguardo di Salomè, che mira al fascio di luce in cui è immersa la sua figura nei contorni sbiadisce nel buio per emergere nel bianco cangiante della pelle dei fiamminghi, sembra lo sguardo di una donna soddisfatta da un acquisto, dal potere o da qualcosa di materiale.

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La visitazione di Vittore Carpaccio

Vittore Carpaccio

Vittore Carpaccio

Venezia, 7 maggio 2006

Animali sognanti stanno in una scenografia che ricorda Paolo Uccello, ma si distingue per la presenza di architetture che giocano tra il rinascimentale e l’orientale. Un cervo, due lepri, un fagiano (?) morto tenuto da un personaggio. L’incontro con Anna non ha calore. La Vergine volge lo sguardo come alcune comari quando si incontrano e fanno finta di baciarsi. Smack, smack…Compaiono, come nota stilistica dell’orientalista Carpaccio, uomini con enormi turbanti. Indifesi, ignari dell’evento, occupati ad importanti umani compiti. E se avessero saputo che quel bacio fugace sarebbe diventato un topos talmente rappresentato da essere quasi stucchevole, forse avrebbero posto maggiore attenzione al bacio delle donne…

Pensavo ci fosse anche un Lotto, ma non è qui. Dove sarà nascosto? La collezione della Ca d’oro era di Giorgio Franchetti. 

Pranzo al “Diavolo e l’Acquasanta” vicino al consolato greco. Un posto chiuso in un vicolo umido, lontano dagli occhi e dai piedi di troppi turisti.

L’Annunciazione di Vittore Carpaccio

Vista a Venezia, 7 maggio 2006

è la premessa di quella di Leonardo. La colomba è spedita dentro una luce. Il luogo in cui si trova la Vergine ha uno sfondamento spaziale notevole e si vede come un secondo quadro il suo letto, allude forse alla sua vita terrena, urbana, che verrà presto lasciata per altri compiti. Quel letto nello sfondo rende l’immagine meno altera. La grande chiamata, l’annuncio che si concretizza nell’algido fiore che con il tempo nell’arte diventerà sempre più guglia gotica, lontana dalla fragilità del fiore reale, questa chiamata esclude lo spettatore, il quale non può prendere parte ad un movimento così alto…ecco, tutto questo grazie a quel letto nello sfondo diventa qualcosa di più vicino e noto. Il voyerismo di entrare e vedere la stanza di Maria è parzialmente evaso. Ricorda l’effetto degli oggetti e dei tagli spaziali di alcuni quadri di Vermeer.

Vittore Carpaccio

Vittore Carpaccio