Belgrado è polvere e ceneri di sguardi. Mi guardo attorno per cercare di capire che cosa ha affascinato gli amici che la amano più di Parigi. Mi sfugge. Non che sia brutta. Ma è come se avesse voltato per sempre le spalle alla memoria. O alla rimembranza, come direbbe Benjamin.
Andiamo a vedere l’unica moschea esistente ancora in città nel Dorcol. Nel 2004 è stata semidistrutta, ora l’hanno restaurata. Potrebbe essere la moschea di qualsiasi sobborgo turco. Non abbiamo desiderio di entrarci.
Nella Scandarska ci sono tavolini, gente, chiacchiere. Alberi che spargono i rami per ascoltare le discussioni. C’è sempre qualcosa che mi sfugge. Anche lo sguardo delle persone ha qualcosa per me di intraducibile. Forse è lo sguardo della sconfitta o dell’asfissia di un Paese che ogni due anni diventa sempre più stretto. Ora ha perso il mare e guarda con ansia le sponde del Danubio. L’asfissia dei confini deve in qualche modo colpire tutti, anche coloro che mai hanno creduto nella Grande Serbia. E’ semplicemente che prima abitavi in una villa e ora sei in un monolocale. Per fare il bagno devi chiedere il permesso al vicino di casa.
File di fronte all’ambasciata francese, file davanti all’ambasciata austriaca, file davanti al consolato sloveno. Deserto davanti all’ambasciata macedone. La bandiera davanti all’ambasciata deserta somiglia a quella giapponese, non l’avevo mai vista.
Per caso ci imbattiamo nel museo di Vuk e Dositej. E’ ospitato in una rara casa ottomana. Sono i fondatori della lingua serba. Vuk era allievo di Dositej, viaggiatore, amante delle lingue, borghese. Ha dimostrato che la lingua serba poteva diventare letteratura. Il suo allievo Vuk (volpe!) era figlio di contadini ed analfabeta. La storia della sua nominazione è singolare: lo chiamarono Vuk, cioè volpe, perchè tutti i bimbi nati prima di lui morivano da piccoli. Così i genitori scelsero questo nome perché il diavolo teme questo animale nella tradizione folclorica. L’uomo volpe crebbe, riuscì a studiare, arrivò fino all’università di Vienna, raccolse i poemi, le canzoni e le favole tradizionali del proprio paese. Ebbe rapporti con Goethe e Jacob Grimm. Ma era anche un uomo molto realista, non dimenticava la dura terra da cui proveniva, in cui il diavolo si prendeva i bambini con tanta facilità. Non fu per niente tenere con il suo popolo, malgrado raccogliesse con tanta dedizione le loro parole, ne descrisse più i vizi che le virtù. Mise a punto l’alfabeto serbo, “il più semplice del mondo” perché per ogni suono c’è una lettera. Ma il diavolo non si dimenticò di lui. Ebbe circa dieci figli, ma ne sopravvisse solo una, Mina.
Un appunto visivo disegnato da Gianluca in Channeldraw
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